Diario di una Pasqua 2014 a Istanbul

25 Mag 2014 Diari Riccobono

Gaia ci racconta la sua avventura in questa magica città

Nell’Immaginario collettivo Istanbul è “la città con la Moschea Blu” perché in effetti, è vero, ognuno di noi l’associa a qualcosa, alcuni addirittura al doveroso “tira e molla” sui  prezzi al Gran Bazar…

Se lo chiedeste a noi, in tanti risponderemmo che è soprattutto atmosfera, forse magia. Perché è così! In pochi giorni siamo riusciti a intrufolarci ovunque: tanto per cominciare Piazza Sultanhamet di notte con la sua fontana illuminata mangiando Kebab, quello vero, quello che profuma di buono e, perché la serata non abbia fine, fumando il narghilè accompagnato da una tazza di tè fumante, tutti insieme, che fa tanto raduno di amici di vecchia data.

Abbiamo ammirato le decorazioni auree a la mastodontica cupola di  Santa Sofia per poi inabissarci nella Cisterna Basilica. Ci siamo persi fra le 4000 botteghe del Gran Bazar per poi immergerci nella spiritualità della Moschea Blu e proseguire lungo l’Ippodromo. E dopo questa full immersion di storia e architettura, un po’ di tradizione, di folklore. Una solenne scorpacciata di squisitezze locali quando improvvisamente… le luci calano e il brilluccichio degli abiti da odalische ha iniziato a ondeggiarci d’avanti, spingendoci in una dimensione irreale dove abbiamo indugiato fino a tardi fra vino, Raki, e danze.

Eppure nessuno era stanco abbastanza, perché il giorno seguente campeggiavamo in lungo e in largo nel Palazzo Topkapi per contemplarne i tesori, sgranocchiando simit e sorseggiando spremuta di melagrana. Ci siamo allontanati quanto basta per raggiungere una meta in cui la cucina turca si fonde con quella greca… gozzovigliato meze d’ogni sorta prima di farci cullare dalle acque del Bosforo e lasciarci sedurre dal  panorama mozzafiato che lentopede ci si parava davanti. Abbiamo attraccato a Eminonu e da lì ci siamo fiondati  sulla giostra di profumi e colori del Bazar delle Spezie. Ma la serata non poteva finire ancora. Cena alla luce della Torre di Galata, qualche passo lungo la Istiklal di notte e di lì ci siamo addentrati nelle viuzze che pulsavano di musica e vita. Una immensa boulle straripante cannucce, passata di mano in mano a mo’ di calumet della pace finché c’è ancora energia da spendere. Cosa rimane? Ovviamente l’Hamam. Nessuno ci avrebbe rinunciato.

Tutto questo è parte di quel tepore fiabesco, del suo inoffuscabile incanto: i minareti all’orizzonte, il riflesso dorato del sole sullo specchio d’acqua, i tavolini minuscoli fuori dai bar dove i turchi si godono il rituale del te in quei bicchieri dalla forma a clessidra e contornati d’oro. E poi i macinini per le spezie con le incisioni damascate, le lanternine in vetro colorato, interi tappeti di tulipani, le vetrine delle pasticcerie maiolicate, i dolci fasciati nella pasta kataifi, grondanti miele a ripieni di pistacchi, quei carretti rossi traboccanti quando di simit, quando di caldarroste o pannocchie che sbucano da ogni dove, il tram nostalgico, la bandiera che svetta onnipresente, la foto di Ataturk che ricorre quanto da noi il Volto Santo e il richiamo dell’Imam ai fedeli come sottofondo.

Se poi siete fortunati come noi, potrebbe sempre capitarvi  il Walter di turno che s’improvvisa Galeazzi e vi fa la telecronaca del rush finale degli Abbagnale ai mondiali di canottaggio  per salvare dal linciaggio di gruppo qualche ritardatario.

Quattro giorni di fuoco, ma che soddisfazione!

 

Gaia

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